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Queste sono delle foto scattate nel 2010 e qui sotto potete leggere la storia di queste foto.
Maggio 2010
Sono kebi e Milano è troppo grande anche per chi è cresciuto negli spazi d’Africa. 
Il Duomo; può una chiesa essere così grande? E tutte quelle candele? Peccato, stamattina non sono un turista. Ho viaggiato a lungo con un biglietto di solo andata. Su quella barca troppo piena non ci posso ritornare. Ciao Italia, sono Kebi e voglio lavorare.
Kebi deve lavorare. Glielo chiede la dignità che ha zittito per strada nelle notti d’inverno. Glielo chiede il connazionale che gli ha concesso un tetto e una proroga semi infinita sul pagamento dell’affitto. Glielo chiede l’Italia, Repubblica fondata sul lavoro.
Agenzia X, ore 11. Documenti? Eccoli.
Titolo di studio? Ho frequentato per due anni l’Università ma poi – Va bene così grazie. Cosa si aspetta? Un lavoro. Sì ma intendo, cosa vuole fare? Lavorare. Bene grazie le faremo sapere. Ma non mi chiede il numero di telefono? Ah beh sì se me lo vuole lasciare…
Kebi l ‘interinale. Un sogno tutto suo, il sogno italiano. 
Kebi è nigeriano e, premetto, è mio amico. Ha bussato alla porta di casa mia in un pomeriggio d’inverno. Tremava come tremano i poveri nei film di Natale. Ci siamo conosciuti davanti ad una tazza di latte caldo, tra le risate per la sua folle paura di Zoe, la mia gatta. Perchè i gatti in Africa sono più grossi (non avevo mai pensato ai gatti africani!) e sono banditi dalle case. Antropologia culturale nella mia cucina: gli africani temono i gatti. Da buon antropologo ho mediato sul campo ed ora lui e Zoe sono ottimi amici.
Kebi racconta della sua fuga dalla guerra. Racconta di un Paese che non cerca riscatto. Racconta solo le colpe dell’Africa. Le altre, forse, non le conosce.
Nessun depliant per l’Italia sognata. Solo il sapore acre dell’urina bevuta fra le dune del deserto e del sale nei giorni di traversata.
Poi l’esordio: la stazione dei treni di Verona. Del resto, tutti abbiamo fatto la nostra gavetta.
Benvenuto in Italia kebi. Senza retorica; il mio è un benvenuto pieno di speranze.
La fame. Non ne so nulla di fame. Me ne accorgo quando Kebi è con me e deve scegliere tra la colazione e il pranzo perché il suo stomaco non ce la fa ad affrontarle entrambi.
Mi accorgo di trascinarlo in un paradosso ogni volta che mangiamo in un fast food. Non c’è niente che richieda fretta nel suo incedere quotidiano, nemmeno la fame che inganna la sera con tre pugni di riso lesso.
Per l’ora del tè ci dedichiamo alle calze, alle spugne. La borsa è pesante. Vendere è l’impresa meno ardua, anche se quasi impossibile. È l’indifferenza la vera sfida. E’ afosa, la sento. Si accompagna al fastidio, in un pomeriggio d’estate al bar. Basterebbe un No, grazie. Invece è solo No.
Io non ne sapevo niente di muri. Credete, ora potrei fare il muratore.
Kebi si infila ovunque per vendere le sue spugne. Il disincanto della realtà cozza con l’ottimismo che mi porto al collo insieme alla macchina fotografica: non venderà nulla come io non vinco alla lotteria. Kebi varca ogni tipo di soglia: dall’agenzia di pompe funebri al rivenditore di integratori alimentari. No, non c’entra con l’integrazione Kebi, quella è un’altra storia.
Guadagno netto di questo pomeriggio da mercante: 50 centesimi.
La sera è tutto più difficile. Non è la fatica, non è più la fame, non è l’Italia. È la solitudine. La branda da trascinare in cucina, quando le stoviglie stanno ad asciugare. Quando la tv di là è accesa. Sono le radici che faticano a crescere. È allora che Kebi si rifugia.
Sapete, in realtà lui si chiama Kebiru. E’ un nome musulmano. Da quando è partito per mare però Allah ha smesso di ascoltarlo così lui ha smesso di pregarlo. Dio invece -racconta- non ha mai smesso di aiutarmi.
Kebiru si fa chiamare Kebi da quando è diventato cristiano.
Ho sorriso quando ho saputo del salmo prediletto, quello sulla pagina più consumata della sua Bibbia. Il salmo 22.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia, mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni.
Eppure, non abbiamo ancora un lavoro per Kebi. Ci siamo sentiti dire che è nero e che non sa cucinare. Chiaro, se noi cercassimo lavoro in Africa saremmo bianchi e non sapremmo cucinare. Limitazioni culturali, non c’è che dire.
Kebi se lo aspetta un lavoro dall’Italia. E mi viene in mente quella frase… Lavorare, lavorare,lavorare. preferisco il rumore del mare.
Il mare di Kebi non ha fatto rumore mentre lo inghiottiva nella notte. Anche per questo, sapete, preferirebbe lavorare.
Febbraio 2017
Purtroppo da qualche anno abbiamo perso all’improvviso le tracce di Kebi, non siamo più riusciti a rintracciarlo da un po’ di tempo a questa parte. Su google in questo ultimo periodo abbiamo trovato una partita iva di una persona con il suo nome e che fa l’ambulante a Verona. Speriamo sia lui, proveremo a scrivergli una lettera.